Perché l’eutanasia?


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Eutanasia è una parola che deriva dal greco che significa “buona morte” o “morire bene”, ma col passare del tempo ha assunto il significato di “provocare la morte per pietà”. Si riferisce alla morte procurata appunto “per compassione” con interventi che hanno lo scopo di porre fine ad una malattia incurabile molto dolorosa. In questo caso è definita “eutanasia attiva”. Se invece si interrompono tutte le cure, per far spazio al processo naturale della morte, è definita “eutanasia passiva”.

Origini del concetto e della pratica dell’eutanasia
II concetto dell’antichità pagana sull’argomento si fondava su una forma di “eutanasia sociale”, vale a dire sull’abbandono dei malati incurabili e dei deformi, per fini di utilità collettiva. Infatti, Fiatone, nel IV secolo avanti Cristo, nella sua opera sulla repubblica ideale, affermava: “Instaurerai nello stato una disciplina ed una legislazione che si limitino a stabilire i compiti per i cittadini sani di corpo e di anima, quanto a coloro che non sono sani di corpo li si lascerà morire”. Il mondo pagano di allora aveva una concezione diversa del valore e del rispetto della persona umana. In contrasto con il concetto pagano, gli ebrei ed i cristiani condannarono l’omicidio sotto qualsiasi forma venisse perpetrato, fondandosi sul principio biblico che soltanto Dio ha il diritto di disporre della vita e della morte. Nel XII secolo, il primo a porsi il problema morale dell’eutanasia fu il medico e teologo ebreo Maimonide. Bisognerà attendere però fino al XVI secolo, quando Francesco Bacone, filosofo e guardasigilli del rè Giacomo I d’Inghilterra, sosterrà il concetto moderno che “la missione del medico è quella di restituire la salute e di lenire le sofferenze del paziente, non soltanto in vista della guarigione, ma anche allo scopo di procurare al malato inguaribile una morte serena e tranquilla”. Così per primo si opponeva all’idea che un uomo anche se medico, avesse il diritto, sia pure per compassione, di interrompere la vita di un malato.

Approcci odierni
L’uomo facilmente assume posizioni estreme. Così da un lato la società, la tecnologia, la scienza fanno di tutto per aiutare gli handicappati ad inserirsi nella società, dall’altro per fini utilitaristici pensa di lasciar morire sia pure per compassione, dei cittadini, i quali ormai non sono altro che un peso e la cui “qualità” dell’esistenza non ha più alcun valore per quanti li circondano. Sopprimere una vita, quindi anche l’eutanasia è omicidio, e non basta una legge o un consenso popolare a giustificare l’atto; non basta la falsa compassione con il pretesto di togliere o alleviare le sofferenze del malato per avere la coscienza a posto.

A confronto con il nuovo testamento
G
esù ci ha insegnato quanto sia importante il valore della vita umana. Nel capitolo dodici del vangelo di Luca leggiamo: “Cinque passeri non si vendono per due soldi? Eppure non uno di essi è dimenticato davanti a Dio; anzi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri”. Con questa metafora Gesù ricordava ai suoi discepoli che se Dio non trascurava la vita dei passeri, dandogli un valore, quanto più era valutata quella degli uomini? Allora il valore della vita non è legato all’utilità che essa possiede agli occhi della società. Procurare la morte “per compassione” troppo spesso maschera inconsapevoli motivi egoistici, come quello di sollevare i parenti dal travaglio e dalla tensione che ne conseguono. Anche se a prima vista l’eutanasia può sembrare la via d’uscita più pietosa ed umana ad un male incurabile, questa, non è sicuramente la soluzione secondo Dio. La vita umana ha un valore non soltanto per l’apporto che l’individuo fornisce alla società. L’essere umano non può essere valutato con una misura che non sia umana. L’uomo è stato creato ad immagine di Dio, e questa immagine è anche nel malato terminale, sopprimere una vita è contro la volontà di Dio, anche se è decisa dal malato stesso, dai familiari, o da qualsiasi tribunale, legge o governo.

L’unica vera e salutare alternativa
Abbiamo visto come l’eutanasia non sia la soluzione cristiana e biblica a una malattia incurabile. L’alternativa è quella di prendersi cura del malato grave dal punto di vista spirituale e morale. Troppo spesso la scienza dimentica che dietro quel corpo sofferente c’è un’anima che deve essere consigliata, consolata e confortata. Spesso i congiunti nascondono pietosamente all’infermo la realtà di una malattia incurabile e quest’ultimo pur essendone consapevole la nasconde per dignità o per pietà ai propri cari. Con queste attitudini si arriva all’ora estrema senza alcuna preparazione spirituale, aggravati e oppressi, non avendo la consapevolezza di essere forse, davanti al momento più importante della propria vita. La vita dell’uomo ha un’altra dimensione oltre a quella terrena e visibile: la vita eterna. Questa è quella che ha più valore davanti a Dio, ma non per questo Egli incoraggia il declassamento della vita naturale su questa terra. Gesù ha detto: ” …Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà…” la compassione cristiana spinge il vero credente a consolare gli afflitti, a consigliare gli incerti, ad annunciare l’amore e la misericordia di Dio in Cristo Gesù; a dare speranza oltre che per la vita futura anche per quella presente e terrena. I veri credenti hanno la fede nel Dio della bibbia, che è capace non solo di guarire malattie e mali incurabili, ma anche di resuscitare i morti. Ma se per questi malati incurabili e terminali è arrivata l’ora della loro dipartita, avremmo lo stesso realizzato lo scopo di Dio quando quelli possono dire insieme all’apostolo Paolo: …ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.


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